Come ho fatto a trovare un editore/5 – Concludere un romanzo

Alla fine del primo mese di lavoro sono stordito dall’alcol e dalla tensione nel farmi vivo con Mister G. La storia è ancora lì che mi assale da dietro alla tendina della doccia, dentro alla confezione del pesto in scatola, mi tende imboscate tra le chiavi di casa e quelle del motorino.

libera1Ho scritto più di cento pagine. Potrei già chiamare Mister G. Potrei, ma non lo faccio. Arriva così la fine del terzo mese di lavoro. Per una donna incinta, tre mesi bastano a scongiurare i primi pericoli di aborto, si inizia a distinguere una forma nelle cose. Per una gatta, invece, siamo già allo svezzamento. Per me, tre mesi sono solo l’inizio dell’avventura.

La “settimana delle prime volte” si è trasformata nel “trimestre
delle prime volte”. È la prima volta che scrivo più di cento pagine, la prima volta che ne cestino cinquanta, la prima volta che vado a una riunione di condominio per distrarmi. Lì, il tasso di frustrazione personale si mischia col livore. Finalmente mi sfogo, urlo come un pazzo per una questione che suppongo riguardi l’apertura difettosa di un cancello automatico, o gli orari di passaggio del camion per la nettezza urbana. M’indigno per la questione dell’area cani e metto su un cartello contro l’innaffiamento delle piante con la signora del terzo piano e quella del primo. Queste riunioni di condominio sono meglio della palestra. Se andrà bene con le royalties del romanzo, il mese prossimo potrò permettermi di rompere i coglioni con l’aumento della rata. Una mattina esco senza cappotto e torno a casa a prenderlo perché di colpo sento freddo. Mi accorgo che il trimestre si è trasformato in anno. Natale sta arrivando.

“Caro Mister G, un grande abbraccio dall’Inghilterra e tanti auguri per un anno ricco di pubblicazioni. P.S. Il mio romanzo è pronto”. Questo è il messaggio frutto di un pomeriggio trascorso nel sobborgo industriale di Shoreditch, Londra, Regno Unito. Ho chiesto asilo a mia sorella per sentire il mondo che va, la ruota che gira anche durante le feste. E poi dopo la riunione di condominio odio tutti, non potrei fare gli auguri di Buon Anno. A Roma avrei dovuto fare finta di vivere, dire a tutti che sto bene, mettermi addosso la tuta da ragazzo normale. Guardo le facce della gente contenta a cazzo e penso per la prima volta con convinzione che in fondo non m’importa niente di Mister G, delle classifiche Mondadori, degli eventi letterari al Pigneto e dei vernissage a Monti. Alla fine, io questa storia la scrivo per me. Si può fare, David Foster Wallace è morto. E dato che la scrivo per me, gli altri non esistono. Seduto davanti ai girarrosti di Chinatown, il fumo dei polli mischiato agli aliti e alle voci dei passanti, invio il messaggio a Mister G e mi preparo a tornare a Roma con la prima bozza.

 

Foto: The U.S. National Archives

Photograph of Maine State Society Lobster Dinner, 02/21/1951

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