Il velleitario esordio di uno scrittore a Roma nord

Io il primo articolo del blog ho deciso che non lo scrivo. Altrimenti dovrei dire che questo è il blog del mio romanzo, che uscirà a ottobre, che si tratta del mio primo romanzo, che prima ho scritto soltanto racconti e raccolte di racconti e tentativi di racconto, qualche sceneggiatura, soggetti, trattamenti e che essendo io nato, cresciuto e vissuto a Roma – dove verrò sepolto, esausto dei miei tentativi di abbandonarla – non potevo che scrivere di Roma.

Layout 1Di Roma e dei suoi animali, cioè gli esseri umani e animali, perciò viventi, talvolta semimorti o prossimi alla morte, che la abitano, la violentano, la abbandonano o ci si trasferiscono a quattrocento euro in nero al posto letto, zona San Lorenzo, piazza Bologna, città universitaria.

Parlerò di questo e delle vicende editoriali che mi hanno portato a pubblicare, degli incontri bizzarri, dei concorsi segreti, dei premi inaspettati che hanno reso questo libro ciò che è, senza risparmiarvi il peggio.

Il blog è anche il titolo del romanzo: Come uccidere le aragoste (più avanti peggiora). Ma è una storia di Roma e Roma non è carina. Qui talvolta sparano alle gambe della gente. Se fossi ancora uno studente di Scienze della Comunicazione, quelli delle lezioni nei cinema di via Salaria, potrei usare uno di quei giochi di parole improvvisati come “trans-culturale”, “dis-topico”, “mass-mediale” e definirlo un “Roma-nzo”, ma di queste operazioni a metà tra marketing e sociologia preferisco non parlare.

Parlerò di ciò che conosco, senza rassegnazione. Quella me la tengo per la terza età. Da vivere a Roma. Se non l’avete mai vista, una volta dovreste farci un salto, la panna sul cono è gratis.

One thought on “Il velleitario esordio di uno scrittore a Roma nord

  1. Mi piacciono le chele, quelle tenaglie, incerte tra il colore e il bianco e nero, in dubbio se ghermire e stritolare il denunciante o la denunciata, la bella e dannata città eterna o uno dei suoi tanti (“stoccolmesi”?) innamorati.
    O se rimanere buttate lì, ad aspettare che il sale si trasformi in ruggine.
    Mi piace, molto, l’Orso G. che blandisce la fanciulla nell’addormentato bosco metropolitano, tra ciottoli e sampietrini, perché è una favola, sì, ma ci racconta il suo alchemico potere di trasformarsi da metallica utopia in realtà dorata se c’è perseveranza mista a talento con la fortuna ad aprirle le porte.
    Mi piace l’uomotigre ripiegato nel suo bozzolo, a spurargarsi dalle sovrastrutture sociologiche e sociali e civili per tornare a muoversi tra gli altri esseri umani e animali con la sua grazia felina. A ricordare a tutti gli animali la loro fisiologica eleganza.
    Mi piace che non ci sia rassegnazione, non rabbia, nessuna aggressività, mi piace, molto, che tra le pagine del blog – e, non ho dubbi, tra quelle del romanzo – si aggiri solo una goliardica e lucida ironia che mira, prima che a tutto il resto, al cuore del suo autore. Al suo di cuore.
    Mi piace!

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